di Deejay

“Riaprono le discoteche e nessuno pensa alla scuola!” – Una polemica che non ha molto senso

Cos’è il benaltrismo? 

Da Wikipedia:

Il benaltrismo è un espediente retorico che consiste nell’eludere un tema o un problema posto, adducendo semplicemente l’esistenza di altre problematiche più impellenti o più generali, spesso senza chiarirle specificamente.

Si tratta di un neologismo entrato nella lingua italiana a partire dalla metà degli anni 1980, utilizzato dapprima nelle scienze politiche e nel giornalismo. Sintetizza l’espressione “c’è ben altro” e “ci vuole ben altro”, utilizzate per indicare l’origine o la soluzione di un problema in qualcos’altro e più importante, rispetto a quanto affermato dall’interlocutore o creduto comunemente.

Noi, il benaltrismo lo conosciamo molto bene, tanto da aver creato un’apposita categoria sia nel nostro sito che nella nostra pagina. Si tratta di un espediente molto utilizzato, per esempio, da molti politici. A tutti sarà capitato di leggere, talvolta di condividere dei post del tipo: “Con gli italiani che muoiono di fame loro pensano agli immigrati”. L’espediente viene usato spesso per sminuire un problema, perché ce ne sono “ben altri” più importanti. Va anche detto che, avvalersi dell’espediente del beneltrismo, non è un’esclusiva degli analfabeti funzionali cronici. A tutti può capitare di esprimere un’opinione più o meno benaltrista, anche in buona fede.

Il caso di cui vi andiamo a parlare in questo articolo, infatti, a nostro avviso non ne è una forma “grave”. Si basa su un’indignazione motivata e lecita rivolta sul tema della scuola. L’emergenza Covid ha creato forti disagi per studenti e genitori. La scuola è stata vista spesso più come un problema prettamente logistico (come faranno i genitori a lavorare e seguire contemporaneamente i figli a casa?) che formativo. A questo vanno aggiunte le incertezze che incombono sul prossimo anno scolastico. Quello della scuola è un problema, anzi, un grosso problema. Tuttavia ritengo sbagliato e fuorviante accostarlo a un altro problema, come se i due problemi fossero in mutua esclusione.

In queste ore è circolata una foto che ritrae due locandine di due diversi giornali esposte davanti a un’edicola (in Veneto o in Friuli Venezia Giulia, visti i nomi delle testate):

Il post ha generato una serie di commenti e di condivisioni indignate:

Secondo la maggior parte dei commentatori, le due locandine hanno messo in risalto il marcio di una società che dà priorità al divertimento piuttosto che alla scuola, ma è davvero così?

Perché proprio in questi giorni si parla tanto di discoteche (ma anche di cinema, teatri, concerti, sagre, intrattenimento)?

Perché quello dell’intrattenimento è stato il primo settore a dover chiudere e sarà l’ultimo a poter riaprire, oltretutto con linee guida talmente rigide che buona parte dei locali deciderà di non aprire: due metri di distanza in pista, e ballo solo all’aperto, rigorosamente individuale.  Manca solo il divieto di mettere musica reggaeton (pensandoci, però, non sarebbe stato poi un male).

Dopo aver gradualmente riaperto le varie attività, è normalissimo che ora si parli di quelle rimaste chiuse. In precedenza si è parlato di negozi, bar, ristoranti, parrucchieri, centri estetici. Adesso parliamo di attività chiuse da fine febbraio, di decine di migliaia di dipendenti a casa, di padri e madri di famiglia che devono sfamare i loro figli, oltre che mandarli a scuola, naturalmente: comprare loro i libri e il materiale necessario. Quindi anche questo è un GROSSO problema, così come è grosso il problema della scuola. Perché accostare due problematiche di diversa natura per sminuirne una di fronte all’altra? Per sminuire la dignità di migliaia di lavoratori, come se il mondo dello spettacolo fosse composto solo da ricchi cantanti, attori e dj?

Delle varie attività che sono gradualmente uscite dal lockdown, quante di esse possono considerarsi essenziali? Durante la quarantena ne ho lette di tutti i colori, tipo: “non serve riaprire i negozi, basta comprare su Amazon”. Grazie al cazzo, vallo a dire al negoziante costretto alla chiusura forzata, che non sta guadagnando un centesimo ma che sta continuando a pagare affitti e bollette.

Oppure: “A cosa serve andare al ristorante quando c’è il supermercato, meglio se un discount? Si vive lo stesso, nessuno muore di fame, anzi, si risparmia pure!”

Se non sei un medico, un infermiere, se non lavori in un settore che produce beni o che eroga servizi di prima necessità, chi ti dà il permesso di dire che il tuo lavoro è più importante di quello di un altro? Tranne i casi succitati. siamo tutti utili e inutili in egual misura.

La locandina a destra parla di sagre e discoteche, parla dunque di OCCUPAZIONE, che è un problema importante, come importante è la scuola. Entrambi i problemi possono e devono essere affrontati e risolti parallelamente.

Pensate se foste del settore e vi ritrovaste a leggere certi commenti, come vi sentireste? Obbligati quasi a vergognarvi di chiedere semplicemente di tornare a lavorare come sono tornati a lavorare gli altri.

Perché ci sono sempre cose “ben più importanti”, fino a che quella considerata poco importante non ci tocca da vicino.

 

 

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