Mansplaining: l’uomo che dà per scontato che la donna sappia meno di lui sul lavoro

mansplaining

Si chiama “mansplaining“, parola che indica quel fenomeno (dilagante) di cui sono “vittime” le donne, a cui vengono date spiegazioni del tutto non richieste né necessarie da parte di colleghi uomini che pensano (anzi, sono certi) di saperne di più, di saper fare meglio, di essere più competenti, più informati, più capaci. Il più delle volte, rimediandoci una figuraccia.

Questo atteggiamento nasconde, di fondo, un profondo maschilismo. Perché l’uomo in questione si assume il diritto di poter dare per scontato che chi gli sta dinanzi ne sappia meno di lui o sia meno bravo di lui o non sia alla sua altezza. E in ambito lavorativo, questo purtroppo accade spesso.

La parola “mansplaining” è formata da “man” (=uomo) e dal verbo “explain” (=spiegare). A questo si è poi affiancato anche il termine “whitesplaining“, per indicare i bianchi che spiegano qualcosa a un nero con lo stesso atteggiamento paternalistico e arrogante.

Mansplaining, la testimonianza di Tasha Stanton

La dott.ssa Tasha Stanton è specializzata in neuroscienza del dolore clinico presso l’Università dell’Australia Meridionale. Quello che le è successo durante una conferenza dell’Associazione di Fisioterapia Australiana dimostra quanto poco valore venga ancora oggi dato alle donne, quanto siano sminuite in campo lavorativo dagli uomini, convinti di essere possessori della conoscenza assoluta.

La Stanton mentre parlava alla platea è stata interrotta da un uomo che le ha consigliato un articolo interessante inerente ciò di cui stava parlando. Ebbene, l’articolo citato era stato scritto proprio da lei. Per questo, dopo aver avuto a che fare con questo mansplainer, la dottoressa ha scritto su Twitter:

Cari colleghi, alle conferenze per favore non presumete che le persone con cui parlate non sappiano nulla. Mi hanno appena detto che dovrei leggere quello che Stanton ha scritto sul dolore. Stanton sono io.

L’uomo che ha interrotto la dottoressa alla conferenza non solo ha dato per scontato che lei fosse giunta sul posto senza essersi adeguatamente preparata e senza aver letto quell’importante contributo scientifico, ma ha peccato anche di superficialità, perché ha dimostrato di aver voluto solo “fare lo splendido” senza aver mai letto una parola di quell’articolo, certamente parte integrante dell’intervento orale della sua stessa autrice.

La condivisione di questo episodio ha portato molte altre donne a dire la loro, portando alla luce altri casi simili.

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Il primo caso di mansplaining

Il termine è stato coniato dalla scrittrice e giornalista Rebecca Solnit in seguito a un episodio che l’ha vista protagonista in prima persona. Si trovava a una festa e il suo interlocutore le disse: «So che hai scritto un paio di libri». In realtà erano già sei. Poi le chiese di spiegargli di cosa parlasse, in quei testi. Lei citò River of Shadows, il suo libro sul fotografo Eadweard Muybridge uscito da poco. L’uomo, per fare il gradasso, le consigliò la lettura di un importante libro dedicato al fotografo, pubblicato poco tempo prima. Ovviamente, aveva dato per scontato che l’importante libro in questione (che altrettanto ovviamente non aveva letto) non potesse essere stato scritto dalla donna che gli stava dinanzi.

Atteggiamenti come questo sono umilianti per chi li riceve perché fanno sentire sminuiti nel profondo, come se il proprio lavoro, il sudore della propria fronte fosse inutile, come se le proprie capacità fossero ritenute prive di valore.

 

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