di Deejay

Disinformazione: i titoli delle notizie vere fanno parte del problema?

Chissà se sei entrato a leggere questo articolo perché attirato dal titolo. Mi farebbe molto piacere, perché chiunque scriva un articolo è normale lo faccia perché qualcuno lo possa leggere, condividere e anche criticare. Non sono un giornalista e non conosco a fondo le tecniche per catturare l’attenzione. Gestendo diverse pagine social da diversi anni, tuttavia, un’idea di massima me la sono fatta, a suon di tentativi. Mi capita spesso di scrivere articoli o post in cui credo moltissimo che però si rivelano dei veri e propri “flop“. La delusione è sempre tanta, perché magari ho speso ore del mio tempo per divulgare un contenuto che ritenevo interessante, ma non sono riuscito nell’intento di raggiungere il target cui era destinato. Al contrario, mi capita spesso di scrivere un articolo o di pubblicare un meme del quale non sono per niente convinto, tanto da essere indeciso se pubblicarlo o meno, e che invece “fa il botto” con migliaia di like e di condivisioni. Ogni volta mi chiedo il perché di un inaspettato successo o di un clamoroso flop. Questo perché non sono un professionista della comunicazione, ed è più che normale che non conosca determinate tecniche di comunicazione e che possa esclusivamente basarmi sullo storico delle mie esperienze.

“Non sono un esperto ma”

Quante volte prendiamo in giro quelli che dicono “non sono un medico ma”, “non sono un esperto di telecomunicazioni ma”, eccetera? Ecco, stavolta l’affermazione riguarda proprio me, che cerco di occuparmi di qualcosa che non conosco senza averla studiata. Ne sono tuttavia consapevole, per cui se non mi capacito del fatto che alcuni post abbiano più successo rispetto ad altri, so benissimo che è perché non conosco determinate dinamiche, per il semplice fatto che non le ho studiate.

C’è chi, invece, queste tecniche le conosce benissimo, proprio perché le ha studiate e, giustamente, le applica: in particolar modo i professionisti dell’informazione.

Non c’è nulla di male a massimizzare la visibilità di ciò che si vuole diffondere, specie se riguarda il proprio lavoro. Ai tempi in cui il cartaceo era protagonista assoluto, esistevano (ed esistono ancora) le locandine di fronte alle edicole contenenti i titoli delle principali notizie, per invogliare all’acquisto del giornale. Normale e giustissimo, per carità, ma.

C’è un “ma”, ed è di questo che voglio parlare in questo articolo. Perdonatemi la lunga intro un po’ democristiana, ma c’è un fenomeno che, a parere di chi scrive, appare un po’ preoccupante.

Non sapevo quale categoria assegnare a questo articolo. Alla fine ho scelto la categoria “fuori tema”, rispetto al tema dell’analfabetismo funzionale, anche se probabilmente non lo è affatto e vi spiego il perché.

Siamo sommersi da siti che divulgano fake news, basandosi spesso su titoli a effetto rivolti a una platea di analfabeti funzionali, che sono soprattutto funzionali al loro guadagno.

Le testate “ufficiali”, che stanno oggettivamente soffrendo il calo di vendite del giornale cartaceo, è normale che tentino di attirare il pubblico verso i loro articoli on line, coi quali guadagneranno con la pubblicità o con un abbonamento. In principio non c’è nulla di male, ma la sensazione è che la cosa stia un po’ sfuggendo di mano.

Ci sono troppi titoli a effetto che, rispetto al contenuto dei rispettivi articoli, appaiono come esagerati o difformi. 

Considerando il fatto che la maggior parte degli utenti si fermano invece solo al titolo (quindi viene anche a mancare anche il motivo del titolo “forte” perché l’articolo manco lo aprono), si possono facilmente creare delle situazioni in cui:

  • Migliaia di condivisioni di articoli con un titolo fuorviante faranno in modo che l’opinione pubblica si crei un’idea sul titolo e non sul contenuto (che spesso è diverso)
  • I professionisti della disinformazione potranno cavalcare uno dei loro migliori cavalli di battaglia, affermando che “l’informazione ufficiale è inaffidabile, credete quindi a noi”, e sarà oggettivamente difficile dar loro torto.

Ci sono tanti esempi di titoli a effetto delle testate “ufficiali”. Pensiamo per esempio alle notizie sull’emergenza Covid:

fare vedere il bicchiere mezzo vuoto rispetto al bicchiere mezzo pieno, probabilmente paga di più in termini di click, ma a quale prezzo?

Quando leggiamo : “Oggi ci sono stati N morti in più rispetto a ieri”, è un’affermazione formalmente corretta, del resto solo chi è profondamente religioso può pensare che qualcuno possa resuscitare. Il numero dei decessi è ovvio che si incrementi e che vada a sommarsi al totale, ma un titolo di questo tipo potrebbe indurre a pensare che oggi ci siano stati altrettanti decessi, a cui va sommato il valore “N”.

Altro esempio: “In Corea del Sud ritorna il lockdown”. Scusate, ma la Corea del Sud non era stata portata da tutti come esempio di gestione della crisi Covid senza essere mai entrata in lockdown? Ha applicato delle restrizioni, ma molto più leggere rispetto al lockdown come lo abbiamo conosciuto in Italia. Dunque, come fa a ritornare una cosa che non c’era? Aprendo gli articoli con questo titolo a effetto, si scopre che sono stati chiusi parchi e musei, solo in determinate aree, e che è stato sconsigliato di frequentare luoghi affollati per 15 giorni. Insomma, un qualcosa molto diverso da un vero e proprio lockdown.

La mia impressione è che si stia creando una situazione di estrema confusione, nella quale anche chi fa corretta informazione contribuisca a fare, di fatto, disinformazione attraverso una presentazione discutibile del proprio prodotto da vendere.

Se siete arrivati alla fine di questo articolo mi fa molto piacere, anche nel caso non siate affatto d’accordo.

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