di Deejay

Covid, un anno dopo: il silenzio dei lavoratori dimenticati

Era il 23 Febbraio 2020: quel giorno vennero emessi i primi provvedimenti restrittivi di un certo rilievo in molte zone d’Italia. Il governatore del Veneto Luca Zaia firmò un’ordinanza per fermare il Carnevale di Venezia e tutte le manifestazioni pubbliche e private. Fu quella la data “simbolo” che segnò l’immediato futuro di un grandissimo numero di lavoratori. I 12 mesi successivi hanno visto un altalenarsi di aperture e restrizioni, che continua ancora e che, per esempio, costringe i ristoratori a continue aperture e chiusure, spesso con un preavviso minimo. Si è parlato molto di ristorazione e di tante altre categorie martoriate dal virus, tra le comprensibili proteste e la più che comprensibile necessità di salvaguardare la salute di tutti. Si parla di insistentemente dell’eventualità di imporre un nuovo lockdown, e di come le misure fino ad ora adottate siano state più o meno efficaci per evitarlo. Già, per l’immaginario collettivo il lockdown fu quello di Marzo-Aprile 2020. Quello durissimo, quello che a detta di molti è stato uno tra i più duri al mondo. Quello della caccia ai runner, quello degli sceriffi da balcone che stavano a casa esattamente come gli altri ma lo facevano meglio degli altri, quello di quelli che andavano in giro a vedere quanta gente c’era in giro per poi lamentarsi sui social che c’era troppa gente in giro. Eppure nessuno sembra rendersi conto che per molte categorie il lockdown è iniziato un anno fa e non è mai finito! Di loro si parla poco, e anche loro si sono rassegnati a parlare poco dei loro problemi, forse perché per il comune sentire è addirittura inammissibile parlarne. Parliamo di quei lavoratori e imprenditori che hanno la sfortuna di fare un mestiere che si basa sulla presenza di pubblico. Nessuno parla più di teatri, cinema, locali da ballo, concerti, parchi di divertimento, manifestazioni fieristiche, come se il solo parlarne fosse socialmente deprecabile, perché il senso comune ha deciso che si tratta di attività inutili e pericolose. Basti pensare il polverone sollevato la scorsa estate per circa un mese e mezzo di apertura di una manciata di discoteche, rigorosamente all’aperto, che saranno state frequentate da un’irrisoria percentuale di giovani, mentre gli assembramenti nelle piazze, nelle spiagge e in molti altri luoghi erano sotto gli occhi di tutti. Ma ci fu un intervento che parve risolutivo. A Ferragosto il problema della movida era finalmente risolto, con buona pace di tutti. Ma se il problema “movida” fu risolto a ferragosto, perché si parla ancora di “emergenza movida”? I luoghi della movida non erano stati chiusi mesi prima? Forse fu improvvido consentirne l’apertura, ma furono un comodo capro espiatorio, complice anche il menefreghismo di alcuni (e sottolineiamo alcuni) gestori.

I lavoratori di tutte le attività “dimenticate” che abbiamo elencato (ma è solo un elenco parziale), se avete notato, non parlano molto, non protestano vistosamente e sono sostanzialmente scomparsi dai radar dell’opinione pubblica. Eppure, dietro questi lavori “inutili” ci sono migliaia di famiglie che stanno vivendo un dramma economico ma anche morale. Immaginatevi di svegliarvi la mattina e scoprire che il lavoro che amate, all’improvviso, è stato ritenuto inutile e dannoso per la società. Come vi sentireste? Per scoprirlo, basta che lo chiediate a chi ha vissuto e sta vivendo questa terribile esperienza in prima persona. Io non ho mai sciato in vita mia, perché dovrebbe fregarmene qualcosa dei gestori degli impianti di risalita, delle strutture ricettive, dei maestri di sci? Eppure la beffa che hanno subito è stato un gravissimo episodio che troppi hanno giustificato in nome della causa di forza maggiore, dimenticando che non si tratta di un problema di merito, ma di metodo. In fondo la natura umana ci porta a essere così: fino a che una cosa non ci tocca in prima persona, alla fine, chissenefrega. Tutto sommato, alla fine, non è che ci interessi poi molto neanche dei bambini che muoiono di fame, non giriamoci tanto intorno e teniamo da parte ipocrisie, tanto possono sempre tornarci utili. In realtà la cosa ci tocca nei sentimenti e umanamente ci dispiace moltissimo, ma non ci riguarda da vicino, quindi continuiamo a fare ciò che abbiamo sempre fatto e continueremo a farlo finché la cosa non produrrà effetti sulla nostra quotidianità. Per cui, se chi non prova empatia per le categorie penalizzate, dovesse un giorno essere coinvolto pesantemente come loro, con buona probabilità cambierebbe atteggiamento, ma è una cosa normale: siamo fatti così. Male, ma siamo fatti così. Cambiare atteggiamento non vuol dire minimizzare la gravità della pandemia: si tratta solo di avere un maggior rispetto per il lavoro altrui. Far finta di nulla genera rabbia, tensioni e alimenta i negazionismi.

Un’analisi lucida e razionale di ciò che sta accadendo in questi mesi potrà essere prodotta solo a posteriori: negli anni a venire ci sarà molto lavoro per storici, giornalisti e Manzoni di turno, e chissà quale immagine si faranno di noi i nostri figli studiando sui loro libri di storia. Nessuno può saperlo con certezza, ma qualche ipotesi la si può azzardare. Sicuramente non ne saremo usciti migliori. Ne saremo usciti con le ossa rotte e con qualche nemico in più che, incontrandoci per strada, si girerà dall’altra parte, e noi chi chiederemo il perché e forse realizzeremo di essere essere stati attori protagonisti della più grande manifestazione di egoismo di massa dall’ultimo dopoguerra.

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